Il diario di un uomo senza la bicicletta
Un fragile mondo di lacrime all'amarena e melanzane sott'olio
questo diario racconta di un giovine di oggi, tutto impelagato nei suoi microdrammi del cacchio. divertitevi.

oh, Bottiglia di Uischi, tu che hai visto nascere questo blog,custodiscilo e proteggilo dalle tarme e dai profanatori di piramidi!
il mio contatto msn:
celestemiele@hotmail.com (non siete autorizzati a sfottermi per l'indirizzo...)
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Questo è l'ultimo post.
Ho deciso di smettere, non scriverò più su questo blog. Non è una decisione improvvisa, nè tantomeno impulsiva. E' per tanti motivi che lo faccio. E' perchè non ho più voglia di raccontarvi dei fatti miei, perchè non ho più bisogno di lasciare che qualcuno legga i miei tentativi di raccontare e trasfigurare quello che mi succede. E' perchè non mi va più di raccontare un'eterno presente, senza la gioia e la speranza di una storia che inizia, senza l'appagamento e la malinconia di una storia che finisce. Sono stufo di ricamare gli attimi, di lucidare ossessivamente le piccole cose, di allenare la sensibilità con l'immediato e con l'insignificante, che poi la realtà si decompone e perde di senso, e le cose grandi, quelle terribili, quelle devastanti, diventano sfocate, incomprensibili, e perdono il passo restando fuori. Basta con i quadretti, le introspezioni, la psicanalisi in prosa e in versi, basta con i frammenti che si autoconcludono e si spengono, privi di legami col resto e conseguenze sul resto.
Adesso è il momento di mettere a posto un po' di cose, e di portarne a termine altre. C'è una specie di me che sta ancora aspettando che gli faccia un cenno, per scendere dall'intercity notte per napoli centrale da torino porta nuova, c'è il disco degli ammuina che spero significhi tanti concerti, tanti viaggi e tante persone che ne tengono una copia di fianco al lettore cidì, c'è l'università che è quasi ora di smettere di aver paura degli esami sui campi elettromagnetici e cercare di finire il triennio, finchè sono quattro anni va anche bene, lo avevo già messo in conto. C'è da andare in giro coi miei amici, coi quali è molto più divertente parlare di persona, vederli e toccarli. C'è il giornale da mettere a punto, bisogna imparare come si scrive un articolo, come evitare le querele e difendersi in caso di. C'è da studiare l'italiano, per combattere l'aridità linguistica che sta cominciando a limitarmi in maniera preoccupante. C'è da ricominciare a scrivere, un giorno. Forse. Solo se avrò qualcosa di davvero bello da raccontare. C'è da comprarmi una bicicletta nuova, chè adesso viene la primavera e io non ho corsi, e sarebbe bello scoprire qualche altro posto sconosciuto a pochi passi da casa mia.
Ringrazio tutte le persone che hanno letto tutti o anche uno solo dei miei post. Ringrazio le persone che mi hanno lasciato i loro commenti, fossero essi scemi, seriosi, affettuosi, critici, sarcastici, ironici, incomprensibili, persino cattivi. Ringrazio, sempre che esistano, tutti quelli che hanno letto in silenzio. Ringrazio le persone che mi hanno linkato nei loro blog, ringrazio tutti quelli dei blog che ho linkato, per le piacevoli ore (ed ore, ed ore) di lettura, per tutte le volte che mi sono divertito leggendoli, e anche per tutte le volte che mi hanno reso triste o mi hanno fatto riflettere, e per tutte le volte che lo faranno ancora, perchè è ovvio che mica smetto di leggere, eh. Ringrazio tutte le persone che hanno vissuto assieme a me le storie che ci sono qui, ringrazio tutte le persone che sono le storie che ci sono qui. E ringrazio teresa per avermi tagliato gli ultimi dreadlocks, con i radiohead in sottofondo.
Adesso sono molto sereno. Beh, ciao.
My funny valentine;
Sweet, comic valentine;
You make me smile with my heart.
(Sedie di legno e velluto porpora, abat-jours e tende ricamate, luci soffuse, profumo di rose e brandy. Volute lente di fumo che salgono verso il soffitto basso, un sommesso tintinnare di posate sui piatti, gorgoglìo di vini rossi versati in coppe di vetro sottile. Lei e i suoi capelli corvini, raccolti in uno chignon stretto, la curva delicata del suo collo sottile che si apre a disegnare le spalle, nude fino al bordo blu del suo vestito di seta che la veste abbracciandola stretto. Il movimento lento delle sue dita, spirali immaginarie nella semioscurità densa di riflessi e ombre.)
Your looks are laughable;
Unphotographable;
Yet, you're my favorite work of art.
(Fili d'erba scuri, lucidi per l'umidità della sera, sotto i piedi scalzi. Migliaia di stelle sferzate dal vento caldo figlio di un inverno pigro, odore di resina e di sottobosco dagli alberi poco lontani. I suoi riccioli di ambra viva che sfiorano l'erba, qualcuno le finisce sugli occhi e le solletica il naso. Il cappotto di lana bianco nasconde la sua bellezza di primavera luminosa, la sua bocca pronuncia nomi stupendi e misteriosi, le sue dita li disegnano con sicurezza sulle stelle, come fecero gli uomini all'inizio della storia.)
Is your figure - less than Greek?
Is your mouth - a little weak?
When you open it to speak, are you smart?
(Disegni e dipinti ad olio sulle pareti, la completa oscurità della notte sbiadita in forme blu e viola dalla luce che filtra dalla strada. Profumo di vaniglia da una tazza bianca, il vapore del the si disperde senza fretta nell'aria immobile. La carezza dei suoi capelli biondi come il grano sotto il sole d'agosto, della sua pelle tiepida, delle sue braccia leggere come un sogno in un pomeriggio d'autunno. La linea della schiena che ondeggia al ritmo lentissimo del respiro, come l'oceano attratto e respinto dalla luce della luna. Le dita, immobili, si offrono alla contemplazione come farfalle su un fiore, attendono d'esser strette senza quasi saperlo.)
Don't change a hair for me;
Not if you care for me;
Stay, little valentine, stay!
Each day is valentine's day.
Le modelle esili e altezzose di jean paul gautier. La loro eleganza delicata e aliena, la perfezione amara di impossibili dee delicate come il cristallo, il portamento commovente di una manciata di sabbia inanimata sollevata dal vento. Voglio essere una modella di gaultier, indossare l'arte, essere arte, essere la personificazione della controversia sui canoni estetici imposti alla massa amorfa da una spietata elite di intellettuali della forma. Voglio essere una modella di gaultier, per dirgli chiaro e tondo che quegli occhiali da sole che ha piazzato ovunque nella collezione primavera-estate non li sopporto.
Erminia seduta a gambe incrociate e adriana distesa per terra, con la testa poggiata su di esse. Francesca sdraiata sulla poltrona, di traverso, con la testa e le ginocchia poggiate sui braccioli, luca disteso sul letto, addormentato come un bambino. Assieme a lui, seduti sul letto, antonio, rossella con la faccia tra le mani giunte, eleonora con il mento poggiato sui pugni, i gomiti sulle gambe unite. Un po' in disparte roberto, con il tabacco e l'hashish fra le mani, annamichela e adele sedute più indietro, vicino al tavolo, una per terra e l'altra sulla sedia. Vittorio seduto dietro di me, sul tapis roulant, con la schiena poggiata al muro. Tutti con lo sguardo verso la piccola tivù, verso l'eccentrico racconto di wong kar wai.
Il mio ritorno. E' esattamente in quel momento che sono davvero ritornato a casa. E, diciamoci la verità, m'è piaciuto.
Ed i cantanti dalle radio cantano
ed ogni anno foglie morte cadono
i calendari cambiano
i centravanti contano
e tutto il resto è inutile.
(Tanti auguri a te, tanti auguri a te). Oggi il mio piccolino compie due anni. Cioè sono due anni che qualcuno di voi si ostina a farsi i fatti miei da qui, due anni che riverso le mie principali paranoie, aspirazioni et slanci, nonchè puntuali delusioni, su queste non-pagine dalla semplice e intuitiva formattazione. Sono circa due settimane che non vi aggiorno, in realtà sono due settimane che non mi aggiorno, che non faccio un paio di conti e non tento la solita autoanalisi liricizzata a buon mercato. Non so nemmeno quanto è rimasto sul mio conto al ritorno da torino. La considerazione è importante, illuminante per lo sviluppo prossimo venturo della mia vita, non tanto perchè dai rimasugli monetari del mio bancomat dipende l'acquisto del nuovo, fantasmagorico pedale delay della boss, ma proprio perchè ritorno da torino stavolta significa che il mio fantastico appartamento torinese è vuoto. Ho lasciato il cidì viola appeso al lampadario, il testo di fox in the snow e la locandina del concerto tributo a de andrè attaccati sul muro a capo del letto. Ma la casa è vuota, vuota di me e dei miei coinquilini, intendo, delle nostre abitudini, delle nostre birre wangel-brau e delle discussioni. Ho lasciato un po' di amici, alla residenza, di varie nazionalità e di diversa capacità a parlare italiano - con alcuni si discuteva di storia, politica e filosofia, con altri ci si dava pacche sulle spalle ridendo e basta - ho lasciato sandro, francesco e davide, cioè ho lasciato i sandro francesco e davide di torino, e mica è poco, e mi mancheranno che non avete idea, quanto mi mancheranno... e smetto qua, non so se l'ho gia detto, ma per ora non ho intenzione di scrivere qui. Non come al solito, per lo meno, e dato che non so se io posso essere altro rispetto al solito, temo che a questo post seguirà un imprecisato periodo di silenzio. Non mi va più tanto di scrivere al presente, sto là a dilatare il particolare e mi perdo il senso, mi sforzo di riportare fedelmente e mi dimentico come si fa a inventare. E poi a me piacciono i blog che fanno ridere, mica quelli depressi, introspettivi e simbolici. E' come scrivere poesie pur non amando la poesia. Vi lascio, così come vi ho introdotti, ai baustelle, e guardate che le citazioni che ogni tanto trovate prima|durante|dopo i post non sono messe là per bellezza, per spezzare il ritmo o usare un colore di carattere diverso, sono le frasi fondamentali del momento, e soprattutto un micatantovelato invito ad ascoltare la canzone in questione. Così, giusto per condividere. Vi piaceranno, i baustelle, datemi ascolto (o date ascolto al d'ambrosio, che s'è accorto di loro con largo anticipo, la sua solita lungimiranza). Vabbè, ciao.
E le modelle per le strade sfilano
ed ogni anno foglie morte nascono
comete nuove cadono
per un errore cosmico
è un universo inutile!
e fuori nevica
Ecco una bella parure di nuovi post. Ognuno scelga lo stato d'animo che più gli si addice e selezioni la lettura che ritiene più adatta ad esso.
Iride Viola
Un sogno s'accende
nella notte serena,
nascendo dai raggi
della luna piena:
E' il sorriso leggero
di un'anima pura,
un dolce silenzio
che spegne la paura.
Come il suono della
più bella parola
la luce si specchia
nelle sue iridi viola.
Al centro del cuore
conserva un mistero,
il dolore segreto
dell'universo intero.
Ascoltami, mio giovane amico. Sta' lontano da lei, o ne morirai. Tutto ciò che sai di lei è falso, lei non è un angelo. Gli angeli non sono nati per ferire gli uomini, per tormentare le anime inermi, e lei ti strapperà il cuore, come ha fatto con la tua dignità. Adesso che sei esausto, adesso che esangue ed asfittico ti dimeni, strisciando, nel dolore puro dell'amore negato, non chiederle di dissetarti. Lei berrà il poco sangue rimasto nelle tue vene, ti spezzerà la schiena e ti spaccherà il cranio col dolore dell'amore violato. E tu la lascerai fare, le lascerai lacerarti i muscoli e i pensieri, le permetterai di divorare la speranza. Tutta la tua vita sarà un unico, atroce urlo, urlerai fino a tossire sangue, pregando dio e satana perchè lei ti ascolti, perchè ti senta almeno. E invece ti ammazzerà come un animale afono. Disintegrerà la tua carcassa con il suo distratto egoismo, con la sua ingenua indifferenza. La sua innocenza perfetta, ragione intima del tuo inutile amore, si nutre della noncuranza assordante delle anime cieche, risplende della negazione di ogni forma di compassionevole pietà. Di fronte ai suoi occhi anche l'universo vacilla, temendo di svanire. Io ti prego, cerca di salvarti, scegli di sopravvivere. Odiala.
Tema
Racconta di un episodio del tuo soggiorno a torino particolarmente significativo.
Svolgimento
L'altro giorno sono andato coi miei amici sandro e manuela al parco del valentino, a torino. Il parco del valentino è un parco molto bello, è molto vicino al fiume po e tanto tempo fa era dei re d'italia, che lo usavano per le loro passeggiate. Il parco è un pò in discesa, e ci sono tante piante e tantissima erba verde, un piccolo ruscello lo attraversa e ci sono tanti piccoli ponti che ci passano sopra e sembrano dei ponti veri, ma sono più piccoli, come i ponti degli gnomi. Noi eravamo felici di stare in quel parco, che era tanto verde anche se era gennaio e quindi faceva molto freddo. Facevamo tante fotografie e parlavamo della bellezza delle piante di tanti tipi che potevamo vedere. Eravamo tanto spensierati, e guardavamo curiosi tutte le cose che potevamo vedere. All'improvviso, guardando tra gli alberi, ho visto uno scoiattolo. Ero contentissimo di aver potuto avvistare un animaletto così simpatico, e allora ho gridato a sandro "Sandro! sandro! C'è uno scoiattolo, vieni qua così puoi fargli una foto, presto!". Lui si è avvicinato alla staccionata, e guardava verso gli alberi come me, ma non lo trovava. "Eccolo lì, lo vedi?", ha detto manuela, che aveva visto lo scoiattolo come me. Ma sandro non lo vedeva, e io avevo paura che non gli riusciva a fare la fotografia, allora gliel'ho indicato con il dito e ho detto: "Ma come non lo vedi? Guarda là, eccolo, tra le foglie secche, guarda! La vedi la codAspè... uà, è 'na zoccola!!!"
Ibernato.
Torpore artico, distruzione totale delle direzioni, fiume senza letto in una valle spaventosamente piana. Tentando di scorrere ancora, perchè è tutto ciò che sa fare, si sfrangia. E nel farlo diventa torrente, poi ruscello, rigagnolo, scolo, vena, capillare, finchè la terra lo vince, i fili d'erba se lo divorano. L'orizzonte, equidistante in ogni suo punto dal quel ricamo agonizzante d'acqua, ride, fiero delle infinite direzioni che indica.
Infinite direzioni completamente inutili.
Non riesco a pensare più. Il pensiero è polverizzato dal mio essere senza direzione, la sovrapposizione di tutti i vuoti che mi avvolgono si abbatte sulle ossa in più punti, mi spezza la schiena e mi lascia in ginocchio, incapace a focalizzare il dolore in un'unico punto.
I miei mille me stesso sono in diaspora.
Non si sopportano, nessuno di loro tollera la presenza dell'altro, e dire che hanno abitato la stessa anima per anni. L'inerzia di quella spinta che la vita mi diede ventidue anni fa si esaurisce, giorno dopo giorno, e non posso fare altro che vedermi rallentare. Proprio adesso che l'orizzonte è immenso, che ogni nuovo giorno è il prologo di un racconto visionario e intricato, la prima sillaba d'una poesia deliziosamente imperfetta.
Immediatamente, devo immediatamente radere al suolo tutto.
Zaino e chitarra, taccuino e penna, e via senza lasciare traccia. Andrei a riempirmi del mondo, a finire per caso in quei posti che a cercarli non li trovi. Vivrei la felicità di non avere un futuro... quante esistenze sarebbero pronte a riempirsi di me! E invece resto qua, esaurisco lo slancio nel dire, incapace a trattenere l'essenziale e a vomitare il necessario.
Iniziare d'accapo. Meritarmi la felicità.
Mi sono sentito molto solo.
E' successo nel treno, quando è partito e le luci nello scompartimento erano spente. Per fortuna il posto di fronte al mio è rimasto vuoto per tutto il viaggio, così ho potuto tirar giù entrambi i sediolini e dormire per quasi tutto il viaggio. Altrimenti non avrei resistito.
E' successo anche quando sono arrivato nel mio palazzo di torino. Tutti gli zerbini erano arrotolati davanti alle porte, segno che tutti i ragazzi sono ancora a casa per le feste. Sono salito a posare la mia roba, e la casa era freddissima. Ho rifatto il letto, sistemando le lenzuola pulite, solo per riprendere possesso della mia stanza, e poi sono uscito.
Sono stato al mercato di porta palazzo, e il vociare delle persone intente a far compere e le voci dei venditori che decantavano qualità e prezzi dei loro prodotti mi hanno fatto stare un po' meglio. Ho comprato un paio di guanti di lana neri, di quelli con le dita tagliate che si possono coprire con un cappuccio. Poi sono andato in centro, ho ripercorso le strade principali sperando di risentirle familiari. Ho comprato tre libri: uno della yoshimoto, per farmi del male, uno di pennac per tirarmi su, uno di baricco per leggermi dentro. Devo leggere tanto, mi sono ripromesso di leggere tantissimo, per capire come si fa a scrivere.
A casa faceva sempre freddo, i termosifoni non ce la facevano a riscaldare l'aria, e così dopo un piatto di pasta al pesto mi sono rintanato in camera, infilato sotto un piumone che ho in più. Ho provato a leggere, ma dopo una sola pagina mi sono addormentato. Il sonno è stato agitato e strano, abissale ed epidermico allo stesso tempo. Sembrava durare all'infinito, e quando mi sono svegliato credevo di essere nel cuore della notte. Invece erano le diciannove.
Non avrei resistito tutta la sera in casa, e così sono sceso di nuovo, alla ricerca di un non meglio identificato festino anarchico in centro, che ovviamente non ho trovato. Mi sono fermato a via po per mangiare un kebab. Il kebab è il mio cibo della solitudine, ho pensato prendendomi un po' in giro. Aspettando il tredici in piazza vittorio veneto ho infilato le cuffie nelle orecchie per ascoltare le musiche di yann tiersen per amelie. La notte e le luci si sono fatte traslucide, la malinconia aveva più sapore, sembrava non appartenere solo a me, la realtà ne era intrisa e io ero solo spettatore di quella meraviglia, non l'unico interprete.
Sono tornato a casa, e faceva ancora freddo. Allora ho sistemato il secondo piumone sul letto e mi sono infilato sotto le coperte. Ho guardato eros: l'episodio di antonioni mi ha fatto schifo, quello di soderberg non l'ho capito, quello di wong kar wai era bellissimo. Ho letto qualche pagina di pennac, per non fare sogni troppo tristi.
Dopo un sonno profondissimo - quasi senza sogni - durante il quale non mi sono praticamente mosso per perdere meno calore possibile, mi sono svegliato a mezzogiorno. Ero di buonumore, la luce che svelava le cime sullo sfondo, orgogliose della neve che le ricopre, mi stava ridonando la serenità. Poi ho rischiato di dare fuoco alla cucina con l'olio del sugo per la pasta, e il buonumore si è volatilizzato. Ho ripulito la dispensa sopra la cucina dal nero del fumo, ho lavato per terra e ripulito i fornelli con lo sgrassatore, mi sono fatto un the coi biscotti, e sono uscito.
Sono andato a piazza solferino, sapevo che c'era una pista di pattinaggio ma non l'avevo mai vista. All'inizio, quando avevo saputo della sua esistenza, volevo anche andarci, ma poi pensandoci bene mi ero reso conto che a me pattinare non piace affatto, e pensandoci ancora meglio mi ero reso conto che però adoro guardare la gente che pattina. E di gente oggi ce n'era un sacco, la pista era piena e per terra c'era un sacco di polvere di ghiaccio - simile a neve - formatasi per l'attrito continuo dei pattini sul manto ghiacciato. La pista è costruita attorno alla statua di un simil-generale a cavallo, e tutti giravano in senso antiorario: c'erano le famiglie coi bambini, un padre che insegnava alla figlia come si pattina, delle liceali che pattinavano mano nella mano, coi loro giubbotti stretti in vita e le reni scoperte, una ragazza che pattinava all'indietro, un ragazzo che ogni tanto faceva una giravolta su sè stesso. Gli altri si limitavano a girare intorno alla statua e a sorridere. Sorridevano tutti, tutti erano allegri. A volte a noi uomini ci vuole davvero poco per essere allegri. A me ancora meno, dato che mi bastava guardarli.
Mi sono sistemato sul gradino più alto degli spalti, per leggere un po' il libro della yoshimoto - ho deciso che leggerò i suoi libri solo in luoghi affollati - e mentre gli altoparlanti diffondevano una bislacca versione di besame mucho ho visto due ragazzi baciarsi appassionatamente. Interrompevo di tanto in tanto la lettura per guardare la gente pattinare, e per seguire i movimenti di un gruppo di ragazzi, il cui abbigliamento differiva solo nel colore della cintura, che tentavano di trovare un modo per approcciare due ragazze molto carine, sedute sul mio stesso gradino, a circa cinque metri da me. Ad un certo punto uno di loro si è fatto avanti, ha chiesto alle ragazze se volessero parlare con qualcuno di loro. Nessuno degli altri aveva il coraggio di avvicinarle, e restavano fermi a due passi da me a schernirsi a vicenda. Alla fine, comunque, ce l'hanno fatta, le due ragazze sono entrate con loro nel padiglione sulle attrattive di torino allestito di fianco alla pista, e quando sono entrato anch'io per riprendere un po' di calore, le ho trovate che si intrattenevano prima con un gruppetto, poi con un altro. Quelle due li hanno in pugno tutti, ho pensato riprendendo a leggere, seduto su una sedia bianca dal design futuristico.
Tornato a casa, non avevo alcuna intenzione di farmi riprendere dalla malinconia, quindi mi sono comprato un bel ragù pronto, e ho apparecchiato la tavola come per una grande occasione. Ho messo un bicchiere in più per il vino bianco, una candela in un angolo e ho cenato guardando l'inizio di una commedia di woody allen. Poi mi sono trasferito sul divano, ho terminato la visione del film mangiando un paio di cri-cri e sorseggiando piano qualche altro bicchiere di vino.
Mi sento molto solo, a volte la sensazione è un po' ovattata, altre acutissima, a tratti è piacevole e in qualche momento insopportabile. Comunque l'ho scelto io, sono tornato prima apposta, volevo sapere com'è essere davvero soli e, strano a dirsi ma vero, non sono mai stato completamente solo in vita mia. Mai. E questo è male, prima o poi mi capiterà, e allora meglio fare il primo esperimento volontariamente.
Adesso scendo, ho letto dalle locandine per strada che molti locali ai docks stasera sono aperti per la notte della befana. Vediamo che succede.
Una volta, quand'ero piccolo, ascoltando la radio in macchina con papà, mi accorsi che come mai degli 883 era diversa dal solito. Cioè, era sempre lei, il motivo era uguale, ma non era la stessa canzone. Incapace di distinguere i contorni di quella mia sensazione, chiesi spiegazioni a mio padre. Lui mi spiegò che quello era soltanto un altro arrangiamento. Non capii, e papà tentò di spiegarsi meglio, di farmi capire cos'è un arrangiamento, cosa significa arrangiare. Non ricordo cosa disse di preciso, però allora io intesi che l'arrangiamento riguardava soltanto la versione appena ascoltata di come mai, nel significato di arrangiare che mi apparteneva a quell'età. I musicisti si erano arrangiati per suonare la stessa canzone con degli strumenti diversi, quindi il concetto di arrangiamento non era legato all'originale, ma solo alle altre versioni del brano.
Anni dopo, attorno al concetto di arrangiamento ruotava la mia vita di liceale, i pomeriggi passati ad immaginare tutti i modi di combinare assieme la batteria, il basso e le due chitarre, per dare corpo ai giri di quattro accordi e sostegno alle melodie e alle parole. Anche la versione originale del brano era arrangiata, alcuni brani non avevano e non hanno mai avuto una versione originale, un arrangiamento definitivo, una forma chiusa e decisa una volta per sempre, arrangiare era parte del processo creativo, era parte della vita del gruppo, era l'essenza stessa del gruppo, il motivo della sua esistenza. Arrangiare non aveva più lo stesso significato di quella volta in auto con mio padre. Arrangiare era scegliere uno tra gli infiniti modi di presentare una canzone, il modo di vestire l'idea e renderla coerente con le nostre concezioni estetiche.
E poi, anni dopo ancora, sono tornato bambino. L'arrangiamento non è più scelta tra le possibilità, ma il tentativo di tradurre fedelmente in suoni ciò che già esiste come pensiero. E, a causa dell'incapacità a farlo, arrangiare ha riassunto il significato che un bambino molto lungimirante gli aveva già dato tanti anni fa: fare quel che si può perchè, nel passaggio dal modello alla copia, non vada del tutto perduto ciò che siamo capaci a concepire ma non ad esprimere.
avviso: se odiate conoscere particolari di film che non avete visto, non leggete questo post.
Kill bill. Ci ho messo più o meno tre ore e mezza, ma alla fine l'ho capito: kill bill è una storia d'amore. Non è un coacervo di citazioni, nove decimi delle quali per me indecifrabili, non è un compendio di generi che tritura le lezioni di un secolo di cinema e sperimenta senza pietà nella fotografia, nel montaggio e nella sonorizzazione e nella regia in generale, non è una tragedia shakespeariana colorata e sanguinolenta, iperdefinita e sfaccettata. Non è una presa in giro, non è una riflessione seria, non è epica e non è poesia, non è un film raffinato, non è un film volgare, non è un film da botteghino, non è un film d'autore. Niente di tutto ciò.
Kill bill è una storia d'amore, due anime gemelle che si incontrano nel sangue, si vivono nel sangue, si separano nel sangue, si ritrovano nel sangue e si perdono nel sangue. Due anime affini, nate per uccidere e per amarsi, per farsi del male come una comunissima coppia di innamorati, ma colpendosi e baciandosi come solo i superuomini sanno fare, uniche sensibilità in grado di essere all'altezza l'una dell'altra.
Lei un po' più all'altezza, visto che è riuscita a imparare il colpo delle cinque dita...
uataaaaaaaaaaaaaa!!!
(un ultimo consiglio, prestare particolarmente attenzione alla sfavillante e traslucida, mitologica ed elegante perfezione delle katane)
Non ho nè capo nè coda, in questi giorni. E quando uno non ha nè capo nè coda dovrebbe coscenziosamente evitare di scrivere, per non confondere e confondersi ancor di più nel tentativo di rivelare. Scrivere è il mio tentativo, fallito fino ad oggi, di rivelare. Sempre più di rado mi capita di trovarmi di fronte ad una rivelazione, leggendo un libro, ma che una rivelazione utile possa nascere da me, non è nemmeno più una speranza. Almeno oggi, domani magari ci spero di nuovo.
Sono abbastanza privo di senso, un po' privo di sensi (ho la febbre e l'olfatto per ora è un'idea, astratta come la pace nel mondo), e quando questo succede mi viene sempre una irrefrenabile, ingiustificata voglia di scrivere. Ma voler scrivere e scrivere sono due azioni diverse, l'una non implica l'altra e viceversa, anzi spesso si escludono a vicenda.
Di solito in questi periodi mi affido agli altri, e per fortuna di altri a cui affidarmi negli ultimi tempi mi sembra di averne a disposizione parecchi. Si sta bene pure qua - dicevo ieri sera ad adele puntando verso una birreria, con il freddo umido della sera nelle spalle e una specie di sorriso all'altezza del petto. Nel pomeriggio c'era stato il caffè alla nocciola e il jack e menta con danilo, la cerimonia catartica e rassicurante della condivisione delle paranoie.
Il cappello di lana nero di rossella, e il suo cappotto rosa che sarebbe stato dolce e sbarazzino, senza le spille da balia. I racconti di eleonora, la sua famiglia da film, la storia del bello povero e del cieco colorato che conoscevo già, ma che per la prima volta ho ascoltato dalla sua voce, coinvolgente e piena di colori come sempre. I discorsi sulle famiglie di punkabbestia coi bambini, le storie di eroina, vicine e lontane.
Porto sempre con me il lettore emmepitrè, è un'abitudine che ho preso a torino. Qua però finisco per non usarlo mai, sono sempre circondato da troppe persone. Troppe persone interessanti, intendo. Meglio così, per ora.
Mi resta soltanto il silenzio. E non è vero. Trecento parole al secondo, voglio trasformarmi in parola pura, nessun ricordo, solo racconto. Nessuna prospettiva, speranza, rimpianto, vivere negli occhi e nei pensieri di qualcun altro, nascondermi nelle pause e negli accenti di una lettura attenta, dolorosa e compassionevole - nel senso di compatire, di condividere il dolore altrui. Io voglio essere il dolore altrui, perdermi in ogni singola esistenza e dimenticare la mia, il vortice. Che il vortice mi porti via, che la spirale si allarghi e mi sposti dall'immobilità. Più mi agito e più temo l'immobilità. Scoprire la magia del movimento e restare orfani di se stessi, riempirsi dell'altro e non sopportarsi più. Sperare che non finisca mai.
Spero che non finisca mai.